donne di montagna
FORZA E DECORO SONO IL SUO VESTITO 
(PV 31,25)


Nel cassettone delle cose d’inverno conservo due calze di lana, bianca come un agnellino; non le uso  ma una volta fra le mani ne sento la soffice rudezza, le vedo riempirsi di una luce calda e domestica, la stessa che accarezza il dorso del gregge che riposa 
Le ha fatte, un pomeriggio al pascolo, una donna di Albaredo, una di quelle che si vedono sferruzzare nelle foto di questo libro, dalle sue mani sono usciti questi calzettoni simili a morbidi nidi.  L’album raccoglie le foto che Giampiero Mazzoni dedica alla donna di montagna, come un canto sommesso, con l’insistenza di una litania, con il nome ripetuto in una corona di modi ma identica nel suono e nella sostanza: donna laboriosa, donna di solitudine, donna di preghiera, donna di povertà, donna di sacrificio.
La donna del piccolo pese aggrappato sul fianco scosceso della Valle del Bitto, lungo il tracciato dell’antica via Priula, non è molto diversa da quella che secoli fa vedeva passare tra le case uomini e muli, pellegrini e mercanti che trafficavano attraverso il soprastante passo S. Marco tra Venezia e i Grigioni. Così  ogni altra donna delle vallate  che l’obiettivo di Giampiero Mazzoni ha guardato con attenzione e ha colto con affetto e discrezione non assomiglia alla donna della casa moderna, dell’ufficio, della scuola, della fabbrica o del negozio: veste sobriamente, come una suora, calze di lana, grembiule, o gonna pesante fino ai piedi, zoccoli,  sostituiti da prosaici stivali di gomma, panno allacciato sui capelli, uno scialle intrecciato sul petto. Da secoli si alza presto porta la legna      accende il fuoco  fa il formaggio  scalda il latte   lavora la lana e la canapa  fa calze e golfini di lana  tesse coperte di canapa   fa pezzotti di stracci   ha cura delle bestie, delle pecore delle capre  delle galline delle mucche, assiste all’ uccisione del maiale,  mangia poco, vanga il campo, come un uccello che graffia con gli artigli la terra dura, semina patate, pota e allaccia le vigne.
E’ in continuo movimento, ha sempre qualcosa da fare, cammina, sola o con un bimbo o una bestia accanto, per mulattiere che tagliano i ripidi prati o s’inoltrano in boschi profondi, senza paura del silenzio e della notte che incombe.
Sulle spalle ha la gerla, gonfia di fieno o di foglie per lo strame, pesante di legna o di letame che va a spargere con le mani nei prati, in mano ha i ferri per lavorare la lana o il rosario. 
E’ difficile immaginare questa donna che riposa, che si gusta momenti di relax, o di intimità domestica. E’ silenziosa, come le sue bestie; ha poche parole, essenziali, dialettali, che costituiscono il suo  vero linguaggio,  che prende forma nella pellicola in bianconero, nella inquadratura a figura intera o a campo lungo, con la persona che si muove in spazio aperto.
A volte l’obiettivo entra in casa  a cogliere un colloquio familiare attorno alla caldaia dove caglia il latte: spazio misurato, l’uomo discretamente in ombra, la donna fatta emergere con un leggero controluce. Giampiero Mazzoni ha documentato  le giornate e le stagioni della donna di montagna fra le sue cose, nelle stalle, nelle cucine, nello spiazzo davanti alla baita mentre monda le castagne dal guscio; ha usato la luce buona, pacata per stare accanto a lei, per renderla protagonista dell’immagine, senza forzare i toni del bianconero, evitando i tagli di eccessivo contrasto; racconta senza enfasi  nel grigio luminoso e sereno, la storia di queste donne che sulla soglia del 2000, ripetono i gesti delle loro mamme e delle loro nonne. Il nostro tempo appare un po’ stonato, affiora nei sacchi di plastica, negli stivali di  gomma, nella gonna di jeans, inquina gli alpeggi dove invece è  naturale preparare un materasso con le  foglie di granoturco o di faggio, portate su dal paese.
Giampiero Mazzoni è vicino a questa donna, ne coglie la forza e la rassegnazione, la sua  nenia antica, quando avvolge le sue spalle con le onde luminose dei prati, quando la pone al centro della chiarità della valle, quando nel controluce  trasforma il pulviscolo delle castagne saltellanti nel vaglio in uno sciame di scintille attorno al volto duro di fatica, quando davanti alla cappella in ombra la osserva la soccorre nella fatica di affastellare i rami sparsi. La fotografia di Giampiero Mazzoni racconta,  senza effetti spettacolari  e senza far violenza sulla  natura, la storia di una donna modesta, legata al suo dovere quotidiano, educata alla rinuncia capace di governare da sola la casa.
L’obiettivo si avvicina a lei, a volte ne guarda la forza o la fierezza a volte la  sorprende fragile davanti alla natura  l’accompagna per l’intera giornata, sapendo di compiere con lei l’ultimo viaggio. La nuova donna di montagna assomiglia  a quella di Milano.

                      PIERGIUSEPPE  MAGONI                 
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