pastori nelle valli del bitto
Per quelli di noi che hanno avuto la ventura di essere bambini in un piccolo paese di campagna (a Rogolo per esempio) negli anni Cinquanta del secolo appena trascorso, i sapori, i rumori e perfino certi odori di allora rappresentano un segno indelebile fissato nel profondo dell’animo. Le mucche che affollavano le stradine del paese per andare ogni mattina all’abbeverata, con il rumore sordo e monotono, ma caro e familiare, dei loro campanacci. I riti di un mondo contadino - ormai inconsapevolmente al tramonto -, quell’insieme di gesti che scandivano immutabili da secoli le varie stagioni dell’anno: la semina, la fienagione, la vendemmia, la festa crudele dell’uccisione del maiale a dicembre … Uno dei momenti più affascinanti e misteriosi, almeno per me bambino, era quando – una volta all’anno - mio nonno Marco si preparava per accompagnare in alpeggio (sü’n mezzana) le sue tre o quattro mucche. Era una cerimonia che coinvolgeva l’intero paese, quasi un rito colmo di segreti, colorato dal racconto di viaggi precedenti costellati di pericoli. Mio nonno, con i contadini di Rogolo, partiva nel cuore della notte. Noi bambini dormivamo profondamente e al risveglio scoprivamo che le mucche del paese erano tutte partite per l’alpeggio. Oggi questo rimane un ricordo, tinto di rosa dalla nostalgia. 
Un ricordo che ogni anno si scolora sempre di più e che potrà sopravvivere finché noi siamo in vita e abbiamo una buona memoria, noi che abbiamo vissuto quell’esperienza.
Poi anche Rogolo avrà perso per sempre, e irrimediabilmente, un’altra fetta della sua storia.
Invece, fra cinquanta o anche cent’anni, gli abitanti di Albaredo (e, con un’estensione a macchia d’olio, quelli delle valli del Bitto) avranno ancora nitide e chiare le immagini della cultura contadina che ha scandito il ritmo lento e sicuro delle giornate dei loro antenati. In un futuro lontano avranno a disposizione non una semplice narrazione di gesti, di riti e di attività, ma potranno rievocare la vita quotidiana di un tempo, con i suoi modi di pensare e di vivere, cogliendone la sostanza attraverso uno specchio ben più efficace: quasi 180 fotografie. E questo grazie a Gianpiero Mazzoni che, con il suo volume Pastori nelle valli del Bitto, uscito nell’estate del 2004, si riconferma un vero poeta. 
Un poeta che invece di scrivere con la penna, crea con la macchina fotografica. Immagini rigorosamente in bianco e nero che documentano con scienza e amore il mondo dei pastori. Con amore perché le fotografie denotano un’adesione profonda ai valori del mondo ritratto.
Con severa scienza, perché Gianpiero è consapevole di fornire nello stesso tempo una testimonianza “storica”. 
Sono documenti di una cultura, di un modo di vivere che molto presto cambierà radicalmente. Il mondo tecnologico nel quale siamo immersi è come uno schiacciasassi che non trascura nessun angolo della nostra vita. 
Ne migliora le condizioni (il freddo, il dolore fisico, la fatica non sono più quelli di alcuni
decenni or sono), ma ne modifica – cancellandone anche le tracce – ritmi e riti che, soprattutto nel mondo contadino, restavano immutati da secoli. Improvvisamente tutto cambia e molto scompare.
Questo libro è tanto più prezioso in quanto permette a un piccolo rettangolo di vita di lasciare, invece, una traccia profonda nel tempo. E’ un libro bello, con tante foto indimenticabili. E’ un libro che suscita emozioni. Di regola non ci si diverte e non si ride nelle fotografie di Gianpiero Mazzoni. C’è la fatica, c’è la solitudine. Il filo conduttore, l’accordo che risuona dalla prima all’ultima pagina, sottolinea un concetto chiaro: “è una vita dura”. Una vita che noi osserviamo affascinati, ma che difficilmente – mi verrebbe voglia di dire mai – saremmo disposti a condividere, almeno in questo modo. Il bianco e nero, poi, lo fa quasi apparire un libro senza tempo. Io credo che se un fotografo avesse immortalato le stesse scene, gli stessi soggetti nel 1904, cent’anni fa, pochissime sarebbero state le immagini diverse.
Gli oggetti, infine, che qui scoppiano di vita. Un conto è l’osservarli in un museo etnografico, freddi – come farfalle trafitte da uno spillone per essere esposte in una collezione. Fotografati nel loro ambiente sembrano riprendere vita, anzi sono segni di vita. C’è una fotografia, nella sezione intitolata “I pastori”, che apre alla speranza. Il sogno che questa vita non sia poi così dura come appare e che possa resistere un po’ di più è nel sorriso smagliante di tre cascìn (ragazzi pastori), che giustamente una didascalia definisce “beati”. Mi rendo conto che tutti questi commenti, queste considerazioni corrono il rischio di incrinare la bellezza di questo libro fotografico e perfino di stemperarne l’intensità.
Questo libro fotografico va assaporato sfogliandolo con svagata lentezza. Ci penseranno le immagini a muovere i sentimenti. Pastori nelle valli del Bitto, infine, è la conferma della grande maestria di Gianpiero Mazzoni nel cogliere e nel raccogliere immagini del mondo contadino. 
E’ un volume importante (il terzo per Gianpiero Mazzoni), che non dovrebbe assolutamente mancare sullo scaffale di chi vuol conoscere, gustandola pian piano nel tempo, la cultura contadina della Provincia di Sondrio.

Renzo FallatiCascin.htmlshapeimage_2_link_0